Fiori recisi: le mutilazioni genitali femminili
novembre 23, 2008 on 9:41 am | In Africa | No CommentsSono ancora una realtà. Drammatica. Ogni giorno 6000 bambine subiscono mutilazioni genitali: la assunnah, cioè la semplice rimozione del cappuccio del clitoride, o anche solo la fuoriuscita simbolica di 7 gocce di sangue; la tahara, o al uasat, o escissione, o clitoridectomia, in cui si rimuove il clitoride e parte delle piccole labbra; infine l’infibulazione, l’operazione più traumatica e crudele, che implica l’asportazione totale del clitoride, assieme alle piccole e alle grandi labbra, e la cucitura dell’apertura, lasciando solo una fessura per il defluire delle urine e del sangue mestruale.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi nel mondo ci sarebbero 140 milioni tra donne e ragazze che sono state costrette a subire l’operazione. In base alle stime, ogni anno 3 milioni di bambine, soprattutto sotto i 15 anni, vengono mutilate.
Un fenomeno legato in particolare ad alcuni paese africani, una tradizione che è molto radicata nel Corno d’Africa, in Somalia, Eritrea, Etiopia, Gibuti.
Ma anche in Burkina Faso, in Sudan, in Mali, in Sierra Leone, in Kenya.
Una tradizione di origini antichissime, che erroneamente a volte si associa a motivi religiosi o a ragioni sanitarie: le mutilazioni genitali si perpetuano grazie ad antiche credenze che mostrano gli organi genitali come sporchi, e che impongono la mutilazione nella donna per poterne definire appieno il sesso (il clitoride viene considerato come un residuo di organo sessuale maschile nel corpo della donna).
Ma la motivazione sociale che impone di tramandare questa usanza, è la volontà di controllo sulla donna. Una donna escissa, sentirà molto meno il desiderio sessuale, una donna infibulata non potrà avere rapporti sessuali se non con il proprio marito. Dove il valore della verginità è alla base della società, preservare la castità di una giovane non significa solo rispetto, significa anche una dote maggiore, e una maggiore garanzia di matrimonio, matrimonio che rappresenta ancora l’unica possibile strada per la donna africana.
Da alcuni decenni il silenzio e il riservo attorno a questo tema è stato rotto, grazie soprattutto ai flussi migratori: le donne africane hanno avuto modo di raccontare la loro esperienza e denunciare le violenza subite. Negli ospedali occidentali i medici si sono dovuti confrontare con la richiesta di genitori africani che chiedevano loro di praticare le mutilazioni sulle figlie.
Ne sono nate campagne di sensibilizzazione, studi sulle implicazioni sanitarie e sulle motivazioni sociali di questa tradizione, associazioni di donne per il supporto e la lotta al perpetuarsi di questa violenza. Le agenzie internazionali hanno iniziato a fare pressioni perché i governi dei paesi dove ancora questa pratica si mantiene mettessero fuori legge tutte le mutilazioni genitali femminili.
Battaglie che, lentamente, hanno portato ad alcuni risultati: oggi sono 14 i paesi africani dove l’infibulazione è al bando, l’ultimo di questi l’Eritrea, nel marzo 2007.
Anche i paesi occidentali si sono dotati di una legislazione in merito.L’Italia ha approvato definitivamente la legge contro le mutilazioni genitali femminili nel dicembre 2005, al termine di un iter legislativo durato 4 anni.
In molte società africane, però, le mgf restano una realtà.
Come in Mali, dove l’attrice Fatoumata Coulibaly, famosa per il suo ruolo in Mooladè, film denuncia della pratica dell’infibulazione, è attivissima per la lotta alle mutilazioni genitali femminili.
Oppure in Somalia, come racconta una donna somala in un’intervista di Igiaba Scego.
O ancora in Sierra Leone, terra natale di Neneh Rugiatu Turay, coraggiosa direttrice dell’associazione Amazonian Iniziative Women, che si batte per i diritti delle donne.
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