Johannesburg: caccia agli immigrati
maggio 21, 2008 on 6:04 pm | In Africa | No CommentsInflazione, disoccupazione, aumento dell’immigrazione dallo Zimbabwe, sovrappopolamento: le periferie di Johannesburg, in Sudafrica sono esplose. Gli stranieri sono le principali vittime della violenza.
Sarebbero almeno 22 gli stranieri vittime delle violenze razziste scoppiate la scorsa settimana e soprattutto nel week end a Johannesburg.
La popolazione delle baraccopoli della città è insorta armata di machete, coltelli e fucili, dando vita ad una vera e propria caccia allo straniero: stupri, baracche date alle fiamme, agguati. La polizia è intervenuta in massa per proteggere gli immigrati, che vengono soprattutto dai paesi confinanti, come Mozambico, Angola, Malawi e, soprattutto, Zimbabwe. Oltre 200 le persone arrestate, mentre gli stranieri hanno trovato rifugio nelle strutture pubbliche, nelle chiese. A migliaia hanno già lasciato le loro abitazioni. Gli immigrati sono accusati dalla popolazione di rubare il lavoro ai sudafricani e di far aumentare la criminalità.
Con la fine dell’apartheid, 14 anni fa, il Sudafrica ha conosciuto un costante flusso migratorio dagli stati confinanti. Con il rallentamento della crescita economica, negli ultimi anni il paese ha conosciuto l’aumento di disoccupazione e inflazione. I più poveri tra i sudafricani hanno visto negli immigrati la causa della perdita di posti di lavoro e ci sono stati attacchi xenofobi già nel 2005 e 2006. Nell’ultimo mese la situazione è peggiorata con l’arrivo dallo Zimbabwe di oltre 3000 persone, in fuga dalle violenze che sono seguite alle elezioni presidenziali.
La principale causa delle violenze non sembra quindi essere di matrice razzista, ma ha tutti gli elementi di una “guerra tra poveri”, causata dal profondo disagio sociale di alcune fasce della popolazione e dall’incapacità delle istituzioni di governare un fenomeno così vasto. Nell’isteria collettiva sono stati infatti colpiti anche diversi sudafricani.
Il presidente Thabo Mbeki ha annunciato una commissione di esperti per indagare sulle violenze. Nonostante il massiccio dispiegamento di polizia, la tensione resta molto alta. Il vescovo metodista di Johannesburg, Paul Veryn, ha chiesto che venga dichiarato lo stato d’emergenza.
Dak’Art : lo specchio dell’Africa
maggio 21, 2008 on 5:53 pm | In Mostre, spettacoli, manifestazioni | No Comments“Afrique: Miroir?” è il tema della biennale dell’arte di Dakar, che comincia oggi. Per un mese gli artisti africani presentano le loro distorsioni e percezioni dell’Africa moderna.
Parte oggi a Dakar, in Senegal, l’8° edizione della biennale dell’arte africana contemporanea, la Dak’Art; durarà un mese, fino al 9 giugno. Quest’anno la mostra è dedicata al tema dello specchio, si intitola infatti Afrique: Miroir ?, che ben esprime la volontà di indagare e rappresentare quella che è l’Africa oggi, nella sue relazioni con il resto del mondo.
35 artisti di 17 paesi diversi cercheranno infatti di rappresentare i riflessi, fedeli o deformati, di un’Africa che, nonostante le difficoltà, cresce, comunica, si apre agli altri continenti. Anche attraverso l’arte e la cultura, anche con un linguaggio moderno.
Un modo nuovo di interrogarsi sull’immagine che da fuori si ha dell’Africa, e sul linguaggio che l’Africa stessa usa per definirsi e colorarsi.
Come Venezia per l’Italia, la Biennale di Dakar non è solo un momento di riflessione e di crescita per la cultura e l’arte africana e internazionale, ma è anche un trampolino di lancio per i tanti giovani artisti. Ma legate alla mostra nel senso più tradizionale del termine ci sono anche altre iniziative : un laboratorio nel quale improvvisarsi artisti, uno spazio per incontri con gli autori delle opere, e una sezione dedicata al design.
Quest’anno anche l’Unione europea ha contribuito al budget della Dak’Art, con un finanziamento di 164 milioni di franchi senegalesi, che coprirqanno in parte anche l’organizzazione di Dak’Art Off, destinata al grande pubblico.
Boscimani addio? I cacciatori-raccoglitori del Kalahari sono sotto assedio
maggio 2, 2008 on 6:13 pm | In Africa | No CommentsSenza più terra, senza più libertà, senza più diritti. I boscimani rischiano l’annientamento culturale. Il Governo del Botswana vieta loro di vivere secondo le tradizioni ancestrali e usa la forza per sbarazzarsi delle ultime comunità libere
«Sparano sopra le nostre teste, ci picchiano, non sappiamo se riusciremo a resistere». Il terribile grido d’aiuto è stato lanciato via radio, lo scorso ottobre, da un boscimane del Kalahari: un drammatico SOS raccolto da Survival International, l’organizzazione internazionale per i diritti dei popoli a rischio, che ha provveduto a diffonderlo agli organi di stampa.
Una lenta agonia
Quella disperata richiesta di soccorso (peraltro ignorata da gran parte dei media occidentali) è la testimonianza più dolorosa dell’ultimo, grave attacco ad una popolazione tenacemente attaccata alle proprie radici e alla propria indipendenza, costretta a subire secoli di violenze. Nell’antichità i boscimani erano i signori incontrastati delle savane dell’Africa australe; tradizionalmente nomadi, vivevano di caccia e raccolta di radici, miele e frutti selvatici. Nel deserto del Kalahari furono costretti a ritirarsi quando altre popolazioni di allevatori e agricoltori invasero le loro terre. I boscimani, trattati alla stregua di animali, furono cacciati a fucilate, catturati e costretti a lavorare come schiavi nelle fattorie dai coloni olandesi. Molti morirono a seguito di micidiali epidemie di vaiolo e morbillo. Fu un autentico genocidio. Le ultime comunità libere si trovavano, fino a pochi mesi fa, all’interno della Central Kalahari Game Reserve, una vasta zona protetta creata negli anni Sessanta per tutelare i popoli indigeni e gli animali da cui dipendevano. In quella regione i boscimani hanno vissuto indisturbati finché il Governo del Botswana ha deciso di proibire la caccia, loro principale fonte di sostentamento, e di tagliare i rifornimenti idrici agli accampamenti. Gran parte della popolazione è stata obbligata a lasciare i villaggi, ed è stata trasferita in lontane e squallide cittadine.
Resistenza piegata
Le proteste dei deportati, che hanno intrapreso una causa legale contro il Governo, non hanno cambiato l’atteggiamento arrogante delle autorità, anzi: lo scorso autunno, la battaglia giudiziaria che vedeva contrapposta l’amministrazione statale agli ultimi abitanti del Kalahari è precipitata nella violenza. I boscimani che ancora resistevano nella riserva, opponendosi ai trasferimenti forzati, sono stati accerchiati dalla polizia, che ha provveduto a sgomberarli con le armi: gli agenti non hanno esitato a lanciare lacrimogeni e a sparare contro la popolazione inerme; alcune persone sono state ferite gravemente, molte altre sono state picchiate e imprigionate (tra questi, i leader dell’organizzazione boscimane First People of the Kalahari). Nelle ultime settimane, il crepitio delle armi ha lasciato il posto ad un silenzio sconcertante: le autorità hanno vietato ai giornalisti di accedere alla zona interessata dall’operazione di polizia (o di pulizia?). Ma le notizie che trapelano dal cuore del Kalahari restano inquietanti: i militari cercano di impedire alla gente di tornare a casa. Contemporaneamente, armi alla mano, proibiscono di cacciare e di raccogliere radici e bacche. Con le loro terre sigillate, la caccia bandita e l’approvvigionamento all’acqua negato, i boscimani hanno ben poche possibilità di sopravvivenza.
Segreto che luccica
Perché i politici vogliono liberarsi a tutti i costi di una popolazione innocua che ha vissuto per lungo tempo in un’area isolata e inospitale? «Perché è accecato dal business dei diamanti», dice Miriam Ross, portavoce di Survival da Londra. «Il governo del Botswana ha addotto le scuse più insensate per giustificare lo “sgombero”: ovvero che i rifornimenti idrici costano e che le specie animali vanno protette, ma la vera causa di tutto sono i diamanti». Non è un segreto che le terre dei boscimani facciano gola in particolare alla De Beers, la potente multinazionale delle gemme preziose che già opera in Botswana. L’escalation di violenza voluta dalle autorità non fa che rafforzare l’ipotesi che sotto le sabbie del Kalahari si celino interessi appetitosi. A rendere ancora più amara la vicenda sono le difficili condizioni di vita in cui versano i boscimani “deportati” fuori dalla riserva. Le immagini e le testimonianze raccolte da Survival parlano di baraccopoli in mezzo al nulla, dove donne, uomini e bambini abituati a cacciare e a vivere liberi su territori sconfinati, vegetano con il poco che passa lo stato in baracche di lamiera in attesa di non si sa che cosa. Nei campi l’alcolismo causato dalla depressione è ormai un fenomeno sociale esteso, così come la prostituzione, che ha aumentato in maniera preoccupante i casi di Aids tra la popolazione. «Qui moriamo – denuncia un boscimane di New Xade -Vogliamo tornare nella nostra terra; solo lì potremo trasmettere ai nostri figli la nostra educazione e la nostra cultura».
Un paese pulito?
La repressione esercitata dalle autorità contro questo popolo non ha intaccato il credito internazionale di cui gode il Botswana, paese amico dell’Europa, che viene dipinto nei depliant dei tour operator come un vero e proprio paradiso terrestre. Il Governo di Gaborone ci tiene ad esportare l’immagine di un paese “pulito” e stabile, per incentivare l’afflusso turistico. A questo scopo ha ingaggiato alcune importanti compagnie di pubbliche relazioni, tra cui spicca la Hill & Knowlton, una grossa multinazionale della comunicazione, accusata di aver ricevuto ingenti somme di denaro con lo scopo di mentire a favore del Governo, producendo materiale che ne dimostrasse il comportamento trasparente sulla questione dei diamanti. Contattata in una delle sue sedi a Bruxelles la compagnia, tramite un portavoce, respinge ogni critica: «Ci è solo stato chiesto di dimostrare che il business dei diamanti di cui il Botswana è produttore non reca danno alla popolazione come è accaduto in altre parti dell’Africa (come Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo e Angola, ndt). Noi ci siamo limitati a questo».
L’ultima battaglia
Ma i fatti accaduti di recente nel Kalahari raccontano una storia ben diversa. La repressione dei mesi scorsi fa pensare ad un vera e propria operazione di pulizia etnica. Commenta Rafael Runco, attivista di Survival International: «Il governo del Botswana ha perso completamente il lume della ragione. Criticato su tutti i fronti e da ogni parte per il suo comportamento, si è scagliato contro i bersagli più facili: i boscimani. La sottile distanza che ancora separa le azioni governative dal genocidio si è tragicamente assottigliata e da oggi nessuno potrà più negare che il governo stia attuando un sistematico tentativo di distruggere un popolo». Poco prima di autorizzare le incursioni della polizia, i politici del Botswana avevano deciso persino di mettere mano alla Costituzione per mettere fine una volta per tutte alla “questione dei boscimani”. Una normativa contenuta nella legge fondamentale del Botswana, stabilisce infatti che le persone possano subire restrizioni alla loro libertà di movimento all’interno delle aree in cui vivono i boscimani, al fine di proteggere la terra e i diritti di questo popolo. Pochi mesi fa il parlamento ha presentato un progetto di legge volto a cancellare proprio questa clausola. Un progetto che cade nella fase più importante dell’azione legale intrapresa dalle comunità indigene del Kalahari contro il Governo, volta ad accertare l’illegittimità dei trasferimenti forzati. A Gaborone si vorrebbe togliere di mezzo quella legge per far decadere il processo. E sbarazzarsi, una volta per tutte, degli ultimi boscimani.
Fonte
missionaridafrica
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